LA STORIA DI ADRIANA - Adriana Retyte aveva 14 anni, frequentava il terzo anno della Langley School, nel Norfolk e aveva un sogno preciso: diventare una calciatrice professionista. Ottimi voti, la passione per il pallone, un futuro già sognato. La sera dell'8 maggio, poco prima delle 22, è stata trovata priva di sensi nella casa di famiglia, ad Ashwellthorpe; è stata rianimata sul posto e portata all'ospedale Addenbrooke's di Cambridge, dove purtroppo è morta due giorni dopo. La madre, Greta Saggers, ha dato la notizia su Facebook ringraziando chi ha mostrato affetto e vicinanza alla famiglia, mentre la sua scuola l'ha ricordata come una ragazza nota per il calore, la gentilezza e lo spirito positivo. Cosa l'abbia spinta al gesto non è chiaro e l'inchiesta, aperta il 19 maggio, è stata subito rinviata. A riaccendere l'attenzione sul caso sono state però le conclusioni delle indagini rese pubbliche recentemente: dalle analisi dei dispositivi della ragazza è emerso che, nei giorni precedenti alla morte, aveva visto più volte video e immagini legati al suicidio su TikTok. È stata la coroner Johanna Thompson ad accertare le circostanze del dramma: secondo la sua valutazione, l'esposizione a quei contenuti online può aver avuto un ruolo significativo nella decisione di Adriana, influenzando negativamente il suo processo decisionale. A essere messo in discussione non è soltanto il fatto che quel materiale fosse presente sulla piattaforma, ma anche il modo in cui il sistema dei "suggeriti" di TikTok può averlo proposto ripetutamente alla quattordicenne.
I RISCHI DI TIKTOK - Il caso rilancia una domanda che da tempo accompagna il dibattito sui media: cosa succede quando a decidere cosa vede un minorenne è un algoritmo? Piattaforme come TikTok non si limitano a mostrare ciò che l'utente cerca, ma propongono in automatico un flusso continuo di video scelti in base agli argomenti verso cui si è attratti, ai like e al tempo trascorso davanti allo schermo; per chi è più fragile, questo meccanismo può trasformarsi in una sequenza di contenuti sempre più simili tra loro, anche se la persona non ha mai cercato attivamente quel tipo di materiale. È su questo punto che si concentra la coroner: non su un singolo video, ma sull'esposizione ripetuta a contenuti legati al suicidio e sul possibile effetto che questa esposizione può aver avuto sulla ragazza. La sua valutazione, però, non ha dato certezze sulla responsabilità della società e non indica TikTok come unica causa della morte: la coroner stessa ha detto che non è stato possibile stabilire con precisione il motivo del gesto, perché il suicidio è un fenomeno complesso che non può essere ricondotto a un solo fattore. Restano comunque aperte domande importanti sulla tutela dei minori online, sui criteri con cui le piattaforme filtrano e rimuovono i contenuti pericolosi e sul modo in cui la personalizzazione può portare soprattutto un adolescente a vederli più volte. Il caso di Adriana mostra che il problema non è solo la presenza di materiale dannoso su una piattaforma, ma anche il rischio che l'algoritmo lo trasformi in un flusso continuo, difficile da interrompere per chi è già in una condizione di fragilità.

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