Per la Gen Z vedere un "lol" alla fine di una frase è diventato il modo più semplice per capire che dall'altra parte dello schermo c'è un boomer o un millennial: a quanto pare non è più un "segnale" di risata, ma un vero marcatore generazionale che ai più giovani dà un leggero fastidio, come un tic linguistico che tradisce l'età. Eppure, per chi lo usa, smettere è impossibile: "lol", acronimo di "laughing out loud", che sostituisce spesso il classico "ahah", un'emoji o uno smile che ride, è diventato una specie di punteggiatura emotiva, un modo per smorzare il tono, evitare fraintendimenti, alleggerire una frase che altrimenti suonerebbe troppo seria o passivo-aggressiva. I linguisti lo definiscono "un discourse marker", un piccolo "cuscinetto sociale" che rende i messaggi più "morbidi" in un mezzo -quasi sempre un messenger, ma anche chat, forum e feed- che non ha o non sempre offre correttamente espressioni, voce o gesti. Così, mentre la Gen Z lo percepisce come un segnale da "vecchi di internet", boomer e millennial lo difendono come un raffinato strumento di sopravvivenza comunicativa. E la verità è che, dopo anni passati a farlo proprio, nessuno di loro ha intenzione di rinunciarci: il "lol" finale resterà lì, a costo di far inorridire i più giovani.
La Gen Z non sopporta il "lol": dai più giovani viene considerato un "marcatore generazionale" di boomer e millennial
Per la Gen Z vedere un "lol" alla fine di una frase è diventato il modo più semplice per capire che dall'altra parte dello schermo c'è un boomer o un millennial: a quanto pare non è più un "segnale" di risata, ma un vero marcatore generazionale che ai più...

Per la Gen Z vedere un "lol" alla fine di una frase è diventato il modo più semplice per capire che dall'altra parte dello schermo c'è un boomer o un millennial: a quanto pare non è più un "segnale" di risata, ma un vero marcatore generazionale che ai più giovani dà un leggero fastidio, come un tic linguistico che tradisce l'età. Eppure, per chi lo usa, smettere è impossibile: "lol", acronimo di "laughing out loud", che sostituisce spesso il classico "ahah", un'emoji o uno smile che ride, è diventato una specie di punteggiatura emotiva, un modo per smorzare il tono, evitare fraintendimenti, alleggerire una frase che altrimenti suonerebbe troppo seria o passivo-aggressiva. I linguisti lo definiscono "un discourse marker", un piccolo "cuscinetto sociale" che rende i messaggi più "morbidi" in un mezzo -quasi sempre un messenger, ma anche chat, forum e feed- che non ha o non sempre offre correttamente espressioni, voce o gesti. Così, mentre la Gen Z lo percepisce come un segnale da "vecchi di internet", boomer e millennial lo difendono come un raffinato strumento di sopravvivenza comunicativa. E la verità è che, dopo anni passati a farlo proprio, nessuno di loro ha intenzione di rinunciarci: il "lol" finale resterà lì, a costo di far inorridire i più giovani.
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