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La storia dell'università giapponese che truccava gli esami di ammissione per escludere le donne

Per oltre un decennio la Tokyo Medical University, uno degli atenei di medicina più prestigiosi del Giappone, ha manipolato sistematicamente i punteggi del proprio esame d'ammissione per limitare il numero di studentesse...

La storia dell'università giapponese che truccava gli esami di ammissione per escludere le donne

UN SISTEMA SEGRETO SCIOCCANTE - Per oltre un decennio la Tokyo Medical University, uno degli atenei di medicina più prestigiosi del Giappone, ha manipolato sistematicamente i punteggi del proprio esame d'ammissione per limitare il numero di studentesse ammesse, riducendo il punteggio di ogni candidata di circa il 20% e aggiungendo punti bonus praticamente a tutti i candidati uomini, salvo quelli già bocciati più volte. L'obiettivo dichiarato, emerso dopo l'ammissione pubblica dell'università nell'agosto 2018, era mantenere la quota femminile intorno al 30% o meno per classe, temendo che troppe dottoresse avrebbero in futuro lasciato la professione per maternità o carichi familiari, causando una carenza di personale negli ospedali universitari; una giustificazione che ignora platealmente il fatto che sia proprio la cultura del lavoro giapponese, con orari massacranti e zero supporto per chi ha figli, a spingere le donne fuori dalla professione. Il risultato pratico fu che nel 2018 venne ammesso l'8,8% dei candidati uomini contro appena il 2,9% delle candidate donne, pur partendo da preparazione e ambizioni analoghe. Lo scandalo, va detto, non emerse per un moto di coscienza dell'università, ma in via del tutto casuale, durante un'indagine su un caso di corruzione legato all'ammissione irregolare del figlio di un funzionario ministeriale.

UN SISTEMA CON TANTI PROBLEMI - La prova più schiacciante contro la farsesca "impalcatura di giustificazioni" arrivò l'anno successivo: nel 2019, il primo esame condotto senza manipolazioni sotto la guida della prima presidente donna dell'ateneo, Yukiko Hayashi, le candidate superarono la prova con un tasso di successo leggermente superiore a quello dei candidati uomini, dimostrando che il "problema" non era mai stato, ovviamente, le capacità delle donne, ma "un ditino" discreto (ma neanche tanto) posato sulla bilancia per anni. Le indagini successive rivelarono inoltre che la pratica non era isolata: altri atenei, tra cui la Juntendo University e la Kitasato University, ammisero di aver applicato criteri diversi in base al genere e i tribunali giapponesi arrivarono a condanne di risarcimento (la Juntendo dovette risarcire 8 milioni di yen -circa 44.000 euro- tredici donne). Resta il fatto che nessun risarcimento retroattivo può restituire alle candidate escluse gli anni trascorsi a credere, sulla base di numeri apparentemente oggettivi ma falsificati, di non essere abbastanza brave: un monito su quanto la parvenza di meritocrazia possa mascherare, invece di smentire, una discriminazione sistemica.

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