Yusuke Onuki, presidente di Bushiroad Move e veterano produttore del settore, ha acceso i riflettori su una realtà scomoda dell'industria dell'animazione giapponese: sempre più serie anime vengono approvate senza tenere conto dei gusti del pubblico nipponico. Secondo quanto riportato da Onuki, produrre una stagione costa in media circa 2,3 milioni di dollari e i ricavi del settore dipendono per il 90% dalle piattaforme di streaming estere. Per questo motivo gli investitori preferiscono puntare su storie isekai con la tematica della reincarnazione (il protagonista che muore e si risveglia in un mondo fantasy, spesso dotato di poteri speciali), che possono contare già su un soddisfacente numero di lettori, perché si tratta di adattamenti quasi sempre da light novel o web novel; queste trame si vendono facilmente in Occidente proprio perché non richiedono un contesto culturale giapponese per essere comprese. Onuki avverte però che lo sfruttamento eccessivo del formato ha già iniziato a esaurire le opere più popolari disponibili, un'osservazione che si intreccia con i dati finanziari di Kadokawa, colosso giapponese dell'editoria e dell'animazione, che nel report fiscale 2026 ha registrato un calo del 51,6% dell'utile nel segmento dell'editoria. L'intervista rilasciata alla rivista economica giapponese Weekly Toyo Keizai ha innescato un dibattito acceso nel paese del Sol Levante ed è stata criticata da alcuni addetti ai lavori come eccessivamente allarmistica, pur restando condivisa l'idea di fondo: inseguire il mercato globale a ogni costo rischia di far perdere agli anime la propria identità "originale".
Gli anime non sono più pensati per il Giappone: l'allarme di un produttore della Bushiroad
Yusuke Onuki, presidente di Bushiroad Move e veterano produttore del settore, ha acceso i riflettori su una realtà scomoda dell'industria dell'animazione giapponese: sempre più serie anime vengono approvate senza tenere conto dei gusti del pubblico nipponico...

Yusuke Onuki, presidente di Bushiroad Move e veterano produttore del settore, ha acceso i riflettori su una realtà scomoda dell'industria dell'animazione giapponese: sempre più serie anime vengono approvate senza tenere conto dei gusti del pubblico nipponico. Secondo quanto riportato da Onuki, produrre una stagione costa in media circa 2,3 milioni di dollari e i ricavi del settore dipendono per il 90% dalle piattaforme di streaming estere. Per questo motivo gli investitori preferiscono puntare su storie isekai con la tematica della reincarnazione (il protagonista che muore e si risveglia in un mondo fantasy, spesso dotato di poteri speciali), che possono contare già su un soddisfacente numero di lettori, perché si tratta di adattamenti quasi sempre da light novel o web novel; queste trame si vendono facilmente in Occidente proprio perché non richiedono un contesto culturale giapponese per essere comprese. Onuki avverte però che lo sfruttamento eccessivo del formato ha già iniziato a esaurire le opere più popolari disponibili, un'osservazione che si intreccia con i dati finanziari di Kadokawa, colosso giapponese dell'editoria e dell'animazione, che nel report fiscale 2026 ha registrato un calo del 51,6% dell'utile nel segmento dell'editoria. L'intervista rilasciata alla rivista economica giapponese Weekly Toyo Keizai ha innescato un dibattito acceso nel paese del Sol Levante ed è stata criticata da alcuni addetti ai lavori come eccessivamente allarmistica, pur restando condivisa l'idea di fondo: inseguire il mercato globale a ogni costo rischia di far perdere agli anime la propria identità "originale".
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